FYI
here below an italian text about the last book of Carlo Formenti who
used to be an enthusiast of the cyberspace liberated by John Perry
Barlow and other visionaries, who now steps back from that optimism
describing the current "institutional neo-middleage-ism" as a very
interesting analysis (IMHO) of cognitive capitalism and political
monopolies.
even if i know the language cannot be understood by all readers here,
i think it is very interesting to have it as a record added to the
current discussions..
- ----- Forwarded message from bifo <istubalz@???> -----
To: rekombinant@???
From: bifo <istubalz@???>
Subject: [RK] cybersoviet
List-Archive: <
http://liste.rekombinant.org/wws/arc/rekombinant>
con questo testo di Benedetto Vecchi già uscito sul manifesto vorrei
aprire la discussione sul libro di Carlo Formenti. Io l'ho letto e lo
considero importante, e sto cercando di scrivere qualcosa per
comunicare ai ricombinanti il senso dell'operazione che engli ultimi
dieci anni Formenti è venuto svolgendo. Si tratta di un'azione
culturale di grande rilievo, forse dell'azione culturale più
importante che sia stata condotta in Italia su queti temi. Perciò non
vorrei perdere l'occasione per approfondire il discorso bifo
Le illusioni perdute della Rete
«Cybersoviet», il nuovo saggio di Carlo Formenti per Raffaello
Cortina. Finite le speranze di potere sperimentare l'altro mondo
possibile nel Web rimane una realtà colonizzata dalle imprese
di Benedetto Vecchi
La dichiarazione di indipendenza del cyberspazio di John Perry Barlow
fu lanciata, nel lontano 1996, come un sasso nello stagno e a cerchi
concentrici di diffuse su Internet. Un testo che letto ancora oggi ha
il fascino indiscusso del pamphlet, con quel misto di preveggenza,
semplificazione che raramente hanno i documenti politici. John Perry
Barlow aveva fatto parte del mouvement contro la guerra del Vietnam,
scritto poesie e, soprattutto, era stato nei Grateful Dead, il gruppo
rock interprete di quell'attitudine underground che in California
stabiliva una linea di continuità tra il free speech di Berkeley, la
produzione artistica «di strada» e le prime tecnologie digitali. La
sua dichiarazione di indipendenza divenne così il documento politico
di chi considerava la frontiera elettronica il luogo, seppur virtuale,
dove sperimentare forme diverse di relazioni sociali, di sottrazione
dal potere soffocante delle corporate company e del governo federale,
nonché di costruzione della decisione politica all'insegna di una
democrazia radicale che vedeva nel principio della rappresentanza un
fardello da cui liberarsi al più presto. Per anni quel testo è stato
il background teorico a cui attinto filosofi, economisti, sociologi e
mediattivisti. Internet, il personal computer e il free software erano
una «tecnologia della liberazione» che consentiva al cyberspazio di
essere un habitat socio-tecnico altero, se non antagonista
dell'economia di mercato.
Pragmatici e visionari
Una convinzione che ha caratterizzato anche la produzione teorica di
Carlo Formenti, che ha dedicato a Internet due saggi (Incantati dalla
rete e Mercanti di futuro, pubblicati rispettivamente da Raffaello
Cortina e Einaudi) fortemente condizionati da quella visione
libertaria del cyberspazio, seppure con una capacità innovativa e
interlocutoria verso il pensiero critico di ispirazione marxiana. A
sei anni dalla pubblicazione dell'ultimo saggio Carlo Formenti
affronta nuovamente lo stato dell'arte della Rete nel volume
Cybersoviet. Utopie postdemocratiche e nuovi media (Raffaello Cortina,
pp. 279, euro 23). Gran parte delle tesi del passato sono passate al
setaccio di un principio della realtà e con onestà intellettuale
l'autore afferma che le speranze riposte nella Rete come laboratorio
sociale per sperimentare nuove forme di democrazia - i soviet del
postmoderno - e di produzione alternativa della ricchezza -
l'«economia del dono» - si sono dissolte al sole della trasformazione
di Internet in un luogo dove è invece egemone una logica capitalista.
Saggio autocritico, dunque, che ha il merito di ripercorrere
criticamente il meglio della produzione teorica attorno alla Rete - le
teorie di Manuel Castells e Yoachai Benkler, ma anche le riflessioni
del media theorist Geert Lovink, del «cripto-marxista» Wark McKenzie e
del visionario Richard Florida - mettendolo in un rapporto di tensione
polemica con il percorso di ricerca che Formenti definisce
«postoperaismo», in particolare con il concetto di moltitudine di Toni
Negri.
Macchine dell'innovazione
È noto che lo studioso catalano Manuel Castells ha considerato le
tecnologie digitali il medium per l'affermazione di un «capitalismo
informazionale» che ha «colonizzato» gran parte del pianeta e che è
rappresentato come un flusso di capitali, informazioni, merci, uomini
e donne che può essere governato solo grazie alla presenza di
organizzazioni produttive reticolari e attraverso l'uso intensivo di
tecnologie digitali. Allo stesso tempo lo studioso catalano considera
le relazioni di complementarietà anche conflittuale delle quattro
componenti culturali - tecno-scientifica, hacker, imprenditoriale e
degli utenti - presenti nella Galassia Internet come fattori dinamici
che garantiscono la costante innovazione della rete sia dal punto di
vista del software, dei prodotti e dell'organizzazione produttiva
della rete. Una teorizzazione, quella di Castells, che auspica un
rinnovamento del compromesso tra capitale e lavoro che consenta una
riqualificazione dei diritti sociali di cittadinanza in un mondo che
prevede una flessibilità della forza-lavoro complementare a quella
dell'organizzazione produttiva reticolare. Più radicali sono le
posizioni di Yochai Benkler, che parla di un «capitalismo in assenza
di proprietà privata»; o quelle di Richard Florida che sostiene
l'egemonia della «classe creativa» rispetto all'insieme della
forza-lavoro; lettura speculare a quella di Wark McKenzie che parla
della formazione di una nuova classe sociale che chiama «vettoriale» e
caratterizzata da un'etica hacker del lavoro. Un accumulo di sapere
che, seppur diversificato e spesso divergente rispetto agli esiti
politici, ha rappresentato Internet come un'anomalia rispetto al mondo
fuori allo schermo. Ed è con la convinzione che questi autori siano
riusciti a mettere a fuoco alcune tendenze del capitalismo a partire
da un'analisi di come funziona Internet che Carlo Formenti giunge alla
conclusione che il World wide web è stato colonizzato dalla cultura
corporate. Ma più che colonizzato sarebbe meglio parlare del fatto che
quel laboratorio chiamato Internet ha funzionato a pieno regime e che
ha rotto lo schermo del video, diventando il sistema vigente di
produzione della ricchezza. E che i nodi e le aporie nel rapporto tra
cooperazione sociale produttiva e capitale cognitivo attendono ancora
di essere sciolti in un'ottica di un superamento del regime del lavoro
salariato.
Sovranità in formazione
C'è infine un aspetto minore di Cybersoviet che invece apre un terreno
di ricerca fin qui poco esplorato. È quando l'autore parla del
«neomedievalismo istitutuzionale» che caratterizza le norme
internazionali e la legislazione nazionale sulla rete. In questo caso
è avvenuto che il processo in corso nella formazione di una nuova
sovranità che stabilisca un rapporto dinamico e flessibile tra locale,
nazionale e sovranazionale da fuori lo schermo venga esteso anche a
Internet. Lo stato, così come gli organismi sovranazionali, hanno
infatti perso il monopolio della decisione politica a causa della
presenza di factory law private che definiscono norme e regole che
spesso aggirano quelle istituzionali. La sovranità ha dunque necessità
di una governance dove organismi sovranazionali, stati nazionali,
imprese, factory law private e associazioni della cosiddetta società
civile «cooperino» tra di loro in un rapporto asimmetrico di potere.
Sgomberato il campo dalle illusioni che il web potesse essere esso
solo l'habitat per costruire l'altro mondo possibile, il panorama è
occupato da quella cooperazione sociale produttiva che deve essere
precaria, e quindi assoggettata al capitale cognitivo, senza però che
questa precarietà le impedisca di essere la fonte
dell'innovazione. Dunque libertà e assoggettamento, gerarchie light ma
all'interno del regime del lavoro salariato. Il problema dunque non è
immaginare un cybersoviet, ma un soviet adeguato a una forza-lavoro
che manipola manufatti linguistici e manufatti «fisici». Un soviet,
cioè, che sia dentro e fuori lo schermo. Come dentro e fuori il video
è il capitalismo cognitivo.
c/
singolare qualunque
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